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di Sergio Di Cori Modigliani

La valorizzazione del concetto di “annuncio”, che in Italia, dal punto di vista della comunicazione, ha sostituito sia i contenuti che la sostanza, sta iniziando a presentare il conto. A tutta la nazione di cinici ipocriti.

Se ne accorgono, oggi, gli industriali e gli iscritti a Confindustria che cominciano a capire il risultato tragico dell’essere furbi. Perché se c’è una cosa che nel mondo degli affari, dell’impresa, del commercio e dell’economia in generale non serve ed è fondamentalmente contro-producente, è proprio quella di lanciare delle parole d’ordine, annunciare delle scelte e poi non far corrispondere in termini reali un’azione conseguente. E’ un po’ come se il direttore generale della Juventus annunciasse oggi che la società ha acquistato Cristiano Rolando, Leo Messi e Zlatan Ibrahimovic per la prossima stagione, tanto per superare l’estate e far parlare di sè, convincendo i tifosi ad acquistare l’abbonamento allo stadio; poi il 1 settembre si viene a scoprire che non è vero niente: il management verrebbe sbranato dai tifosi. Il fascino del calcio resta ancora quello: è l’unico segmento d’affari in Italia nel quale il pragmatismo ha ancora un senso e le chiacchiere non contano. Finisce sempre per valere la logica della realtà.

Mi riferisco qui all’autentica emorragia di capitali internazionali che dall’inizio dell’anno si è abbattuta sul paese. Se ne è parlato poco. Le banche fallite (ormai i talk show non se ne occupano più) hanno prodotto il crollo verticale della fiducia, allargando lo spettro della consapevolezza globale planetaria che considera l’Italia come uno dei paesi al mondo più a rischio che ci siano nel quale investire. Non tanto per il fatto che corre dei rischi “alla greca”. Quanto piuttosto per il fatto che non vengono rispettate le regole da parte della dirigenza istituzionale. La mancanza del rispetto della Legge e delle sue mansioni è la prima causa della fuga di capitali che ha convinto i cosiddetti “investitori internazionali” a portare via dall’Italia circa 50 miliardi di euro dall’inizio dell’anno, con la prospettiva di un nuovo dissanguamento a brevissimo, breve e medio termine.

Di annuncite si può anche morire.

L’economia, e la società, hanno bisogno di fatti concreti. I numeri possono essere interpretati, alterati, nascosti, non così le scelte operative. Il caro leader godeva di un gigantesco credito di fiducia come forse nessun altro premier era riuscito ad avere negli ultimi cinquant’anni. Oggi, la Confindustria e i cosiddetti “poteri forti” prendono atto che era fasullo. I media si sono sperticati nello spiegare, a giugno 2014, che il trionfo elettorale alle europee era dovuto al fatto che il governo aveva scelto di elargire il famigerato bonus di 80 euro. Forse è vero che quello è stato uno dei motivi principali. Ma non l’unico, e neppure quello decisivo.

E’ possibile che il grande e vasto consenso (reale, molto reale, nient’affatto inventato) di cui Matteo Renzi godeva esattamente due anni fa, abbia fatto quell’ impressionante balzo in avanti in seguito a un suo discorso del maggio 2014, dieci giorni prima del voto, quando a Milano, nella sede della Borsa, aveva urlato dal palco: è arrivato il momento di porre la parola fine a quello stile antico e sorpassato di interpretare gli investimenti finanziari; è arrivato il momento di mandare in pensione quella forma tutta italiana di capitalismo di relazione che blocca la competitività e impedisce ai meritevoli e competenti di avere accesso al mercato; è finita l’epoca in cui la classe dirigente politica piazzava i propri amici, parenti o sodali nei consigli di amministrazione e nelle banche non consentendo l’emergere di una classe dirigente di persone responsabili in grado di far evolvere il paese….da oggi, quel sistema non esiste più” ecc, ecc.

Era stato davvero convincente. Finalmente veniva rottamato lo stile della promozione degli amici degli amici. Talmente convincente da risultare vincente: era ciò che il paese voleva. Soprattutto era ciò di cui il paese aveva bisogno.

Quell’annuncio clamoroso di grande rottamazione del mondo finanziario rimase un annuncio. Vinte le elezioni europee, dieci giorni dopo arriva la nomina del padre della Boschi ai vertici di Banca Etruria, e conseguente immissione -nei successivi dieci mesi- nei gangli finanziari dello Stato di intimi amici di amici degli amici. Il vecchio potere oligarchico conservatore brindò entusiasta dinanzi a un comportamento rispetto al quale Mario Monti sembrava Leone Trotzskij. E la Consob, ovvero la società che per conto dello Stato e del governo regola ogni forma e modalità di operazione finanziaria in borsa, chiuse entrambi gli occhi. Gestita con fare da monarca assoluto dal signor Giuseppe Vegas, ha sottoscritto le operazioni bancarie che hanno provocato, determinato e creato l’attuale collasso dell’intero sistema bancario nazionale di cui noi cittadini, a breve, saremo chiamati a rendere conto. Forse era il primo punto del patto del Nazareno: Vegas non si tocca. Uomo fedele a Dell’Utri, era stato messo lì da Silvio Berlusconi nel 2010 dove da quella regale piattaforma aveva guidato l’intero sistema di consociativismo politico-finanziario del paese, con approvazione da parte della dirigenza del PD che vide nella sua persona (e ci vide molto bene) l’opportunità di garantirsi un posto al tavolo che conta.

Ma da 48 ore a questa parte qualcosa è cambiato. Il via lo ha dato il vice-ministro dell’economia, Zanetti, che è anche il segretario politico di Scelta Civica (formazione politica che sulla carta vale poco o nulla dal punto di vista elettorale numerico) con una dichiarazione molto chiara e netta: Vegas ha tradito i risparmiatori e la propria funzione. Deve dimettersi immediatamente. La sua presenza come presidente della Consob sta mettendo in grave imbarazzo le istituzioni e può provocare dei danni molto seri alla nazione.

La considero l’ultima chiamata (ben altra cosa di un “annuncio”) per Renzi, da parte della City di Londra e di Francoforte, dai grandi fondi di investimento, dai poteri forti, insomma. Ecco qui di seguito come il giornale di Confindustria comunica la situazione:

Consob: Zanetti, Vegas non andandosene danneggia l’istituzione

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 09 giu – “Va preservata la credibilita’ delle istituzioni come la Consob e a volte questo avviene anche facendo passi indietro”. Lo ha affermato il vice ministro dell’Economia, Enrico Zanetti, ad ‘Agora” su Rai Tre. Rispondendo a una domanda sulla opportunita’ di dimissioni, il viceministro ha aggiunto: “Non andandosene Vegas danneggia l’istituzione”.

E’ molto simile al “fate presto”, il titolo dell’ottobre 2011 con il quale IlSole24ore lanciava l’allarme sulla situazione italiana. Ma le attuali difficoltà del caro leader sono molto superiori a quelle di Berlusconi nel giugno del 2011, quando cominciarono a cuocerselo in padella, prima lentamente, poi a fiamma più alta, fino all’autentico golpe istituzionale, visto che l’allora presidente della repubblica stabilì con fare monarchico chi doveva andare al governo, come, quando e per quanto, rifiutandosi di indire elezioni politiche.

Nelle trasmissioni dedicate alla finanza globale nei diversi continenti, essendo il nostro un paese importante come piazza globale finanziaria, si parla tutti i giorni della “questione Italia”. Se tra qualche ora la Borsa Valori chiuderà con quella che, probabilmente, sarà la peggiore seduta degli ultimi dieci anni, i telegiornali questa sera ci diranno che è colpa del petrolio, della Brexit, della Cina.

No, è colpa nostra.

E’ arrivato il conto.

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